 Si chiama ID – Innovazioni democratiche; questa Associazione e la sua Rivista potranno dare un contributo perché, ad una donna, non vengano giocate contro se stessa la propria femminilità e la propria personalità. E questo avviene ogni qualvolta si cerca di fermare la storia. Indietro non si può tornare anche quando vediamo di fronte a noi una strada irta di ostacoli e piena di trabocchetti. Il secolo, anzi il millennio che ci siamo lasciati alle spalle, ha conosciuto la più grande trasformazione dei ruoli delle donne e degli uomini. Questo mutamento, se guardiamo indietro, è veramente giovane.
Molti anni fa, nel 1984, rimasi colpita dal dibattito, che non lasciò fuori nessuna tradizione politica e culturale, sulle quote in Germania. Lo seguii per una rivista. In particolare, fu Willy Brandt a proporre al suo partito l'introduzione delle quote. Le donne socialdemocratiche dapprima rifiutarono la proposta, per poi assumerla dopo una discussione appassionante e vivacissima. Il motivo del rifiuto era, sostenevano le donne della SPD, che la promozione delle donne ottenuta con le quote le avrebbe danneggiate in quanto esse non sarebbero state percepite in rapporto alla qualificazione bensì all'appartenenza ad un sesso. Cosa è che le convinse a cambiare idea? Fu qualcosa che legò la battaglia per il riequilibrio per la rappresentanza politica ad una critica della società contemporanea che sanciva ancora, entro la formale parità giuridica, le disuguaglianze sociali tra donne e uomini. L'economia, la cultura, le stesse forme espressive delle singole individualità, non solo la politica erano segnate da tale disuguaglianza. La questione della rappresentanza venne assunta così non come esclusiva rivendicazione di maggiore spazio alle donne nelle istituzioni, bensì anche come leva per ridisegnare gli stessi profili istituzionali e per il cambiamento della società.
Si potrebbe dire che la democrazia ne uscirebbe rafforzata comunque da una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni. Senz'altro. Ma questo, di per sé, non costituirebbe una premessa per un cambiamento di fase nella democrazia. Potrebbero perfino convivere, tranquillamente, riequilibrio della rappresentanza, diseguaglianza sociale tra uomini e donne e varie forme di conservatorismo. Ci vuole una intenzionalità politica, un progetto, quindi, affinché un numero maggiore di donne e nuove leadership femminili nella politica, nelle professioni, producano cambiamento e scalfiscano le varie forme di arretratezza e l'ossificazione della realtà entro una rigida divisione dei ruoli, al di là di forme più o meno brillanti attraverso cui questa divisione si manifesta. Insomma, le donne possono ripristinare la propria dignità sociale se sono consapevoli di un proprio ruolo storico. C'è un passo della Bozza del Programma fondamentale del Partito Socialdemocratico approvata proprio in quegli anni, che spiega bene questo punto: più dolorosamente che la maggior parte degli uomini, le donne sentono che entrambi, donna e uomo, reprimono costantemente una parte dei loro desideri, possibilità e capacità. Molte donne si vedono costrette ad andare contro un mondo creato dagli uomini e contro uomini che lo vogliono conservare. D'altra parte, presso non pochi uomini è cresciuta la consapevolezza che la divisione tradizionale dei ruoli non fa bene neanche a loro. Essi lo avvertono: la presunta subordinazione maschile del sentimento sotto la razionalità e capacità di affermazione viene pagata con stress, che rende malati, e impoverimento umano. Sotto la divisione tra un mondo maschile e femminile soffrono donne e uomini. Essa li deforma entrambi, li allontana entrambi l'uno dall'altro.
Le donne, secondo questo documento, non solo portano più a fondo la critica alla divisione dei ruoli e ai tratti del mondo maschile, ma sono anche il soggetto dal quale trarre valori positivi per il futuro. "Nel futuro verranno richieste da noi tutti, donne e uomini, capacità lungamente considerate femminili: comprendere gli altri esseri umani, interessarsi a loro, lavorare con essi in modo più solidale, afferrare nuove situazioni e dominare con fantasia difficoltà inaspettate". Fa riflettere molto questo modo di porre il mutamento della società al centro di una nuova presenza delle donne sulla scena pubblica e privata, nel mondo della produzione e della riproduzione.
In questi ultimi anni sembra si sia perduto questo filo, specialmente in Italia. Forse anche perché, nel nostro Paese, il dibattito sulla rappresentanza ha assunto caratteri diversi, che hanno influenzato il rapporto tra rappresentanza e mutamento sociale. Se non riflettiamo su tali caratteri, rischiamo di non vedere quanto questi pesino sulle reali condizioni di vita di milioni di donne e sulla rappresentazione della identità femminile.
C'è un legame tra il tasso di occupazione femminile, tra i più bassi d'Europa, il tasso demografico, tra i più bassi del mondo, l'investimento sul welfare per la famiglia, l'infanzia e l'adolescenza, meno della metà della media europea, la scarsa presenza delle donne nelle istituzioni e nelle punte apicali di aziende pubbliche e private, nonché nelle professioni e nelle associazioni. Questo legame consiste nella perdurante scissione tra la battaglia sulla rappresentanza nella politica, rappresentazione e condizione sociale di milioni di donne. Per molti anni, troppi, si sono rifiutate le quote, e questo in modo trasversale tra le forze politiche e le culture delle donne, per poi assumerle tout court, senza rapporto alcuno con la vita delle donne. L'ingresso nel mondo del lavoro di milioni di donne, in un periodo relativamente breve, è avvenuto in assenza di un welfare moderno che le sostenesse. Il confronto con il mondo del lavoro, anche le professioni più di frontiera e innovative, si è svolto per molte in solitudine, senza una rete di riferimento. L'irruzione delle donne nel mercato del lavoro e nel sistema dell'istruzione contrasta con forti pressioni di adattamento a vecchi schemi che si spingono fino al mobbing, alle molestie, alla violenza. L'altra sottile e quotidiana negazione dell'identità delle donne è costituita o dalla riduzione al proprio corpo o al ruolo di moglie, amante, ecc. ovvero, alla monodimensionalità del desiderio e dell'immaginario maschile.
Il mancato rapporto tra rappresentanza, rappresentazione, condizione sociale e mutamento della società contribuisce ad una forma di antipolitica particolare. Le donne in politica sono uguali agli uomini, anzi più privilegiate, perché hanno le quote, dicono in non pochi. Si può respingere questo approccio, anche con legittimo fastidio, perché sono evidenti le tracce di volgarità. Tuttavia, dobbiamo chiederci se questo atteggiamento è residuale o se piuttosto rischia di essere residuale il rapporto tra rappresentanza e mutamento. Quanti posti di lavoro, quale lavoro, quale welfare, quale rispetto, quanta meno sofferenza e più agio, quanto più coraggio e meno rassegnazione: queste le domande di un riformismo al femminile. Come fare per mettersi in contatto con milioni di donne e per essere in rete con loro. Occorrono dei presupposti. Uno di questi è l'autonomia. L'autonomia è qualcosa di diverso dall'autoreferenzialità, anzi ne è l'opposto. Si è autoreferenziali quando non si ha bisogno dell'autonomia. L'autoreferenzialità è concessa, è consentita. Non si dà fastidio a nessuno. Anzi, si occupa lo spazio facendo finta che, di questo, se ne faccia qualcosa o che serva a qualcuno se non a se stesse. Lo spazio deve essere delimitato, però. Non bisogna mettere voce sullo spazio che lo delimita. L'autonomia no, non permette recinti. È necessaria per chi dice: noi donne non lo rivendichiamo, non diciamo di essere al posto di altre donne che non hanno voce. Ci assumiamo la responsabilità, verso noi stesse in primo luogo. Per questo è nata ID. Per dare voce a tutte quante, alle escluse e alle incluse, per renderci più forti, sapendo che se lo sono loro lo siamo tutte noi. C'è bisogno di uno sguardo riformista femminile, di tutte le generazioni e di tutto il Paese. È lo sguardo che necessita della libertà di pensiero critico. La libertà di pensiero critico non ci viene regalata, è presa.
Il nostro Paese non cresce. È come bloccato. Spesso è ripiegato. Le speranze vengono talvolta irrise e dilaga il cinismo, quasi fosse una sorta di ideologia che giustifica il ripiegamento. Noi donne italiane abbiamo bisogno della crescita che ridistribuisca più chances. E vogliamo cambiare. Per questo non convincono le piccole ambizioni delle "ragazze cattive". Gli spazi saranno sempre aperti per loro, ed invece, per chi vuole il cambiamento, le resistenze da vincere sono molto grandi. Per questo, le ambizioni devono essere altrettanto grandi. Non sappiamo cosa produrrà questo enorme mutamento nei ruoli, in primo luogo sociale, tra uomini e donne. Noi oggi vogliamo esserci, con le nostre idee, con coraggio, senza paura di fronte alla scienza. Solo così potranno essere affrontati i diritti delle donne, le grandi questioni antropologiche e il rapporto tra libertà e responsabilità. Abbiamo bisogno di solidarietà tra di noi, di condivisione con gli uomini e di molto pensiero critico, perché i mutamenti non impoveriscano, anzi arricchiscano, sia le donne che gli uomini. Vogliamo un Paese forte, perché vogliamo che le speranze siano forti. E soprattutto lo siano quelle delle bambine, dei bambini e dei giovani di oggi.
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